Questione di “stili”

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“Noi siamo quello che mangiamo, dove viviamo e come viviamo”.

In questi pochi concetti è racchiusa la sintesi della relazione tra salute e stili di vita, nota fin dalle origini della medicina moderna e documentata da moltissime ricerche che hanno identificato i meccanismi biologici alla base del danno o del ruolo protettivo esercitato dai differenti fattori e che indicano che il numero dei decessi, gli anni di vita persi e gli anni vissuti in condizioni di inabilità per malattie croniche attribuibili a errati stili di vita è rilevante e in aumento. Le malattie croniche non trasmissibili costituiscono, infatti, la prima causa di morte e di inabilità nei paesi industrializzati, pur essendo largamente prevenibili (per l’Italia, questo gruppo di malattie è responsabile del 75% delle morti e di condizioni di grave disabilità).

Secondo la World Health Organization, il 70% di tutte le patologie, nel 2020, saranno dipendenti dallo stile di vita ovvero, fumo, abuso di alcol, cattiva alimentazione, sovrappeso e inattività fisica, a ciò si aggiunge il forte impatto, sull’incidenza della patologia cronica, rappresentato dal rischio psicosociale, inteso come difficile condizione economica, relazionale e di benessere percepito. È, pertanto, necessario e urgente avviare azioni concrete e incentivare quelle già in atto, investendo sulla promozione della salute, cioè sulla capacità di trasferire competenze e motivazione all’individuo affinché possa imparare a gestire in autonomia i determinanti della propria salute.

Un tale approccio consente anche di affrontare al meglio la questione delle persistenti disuguaglianze sociali e di ridurre il problema dei crescenti costi di assistenza delle malattie croniche, uno degli elementi critici del nostro sistema sanitario.

Su questa scia il Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018 prorogato al 2019, per ridurre il carico prevedibile ed evitabile di morbosità, mortalità e disabilità delle malattie non trasmissibili, prevede, come obiettivo primario, il coinvolgimento di tutte le figure sanitarie (compreso quindi il team odontoiatrico), nella diffusione di una visione innovativa della salute.

La promozione della salute in ogni campo diviene, in tal modo l’obiettivo e il principio ispiratore dell’attività di tutti gli operatori sanitari con l’intento di proporre, in un’ottica di integrazione, un approccio personalizzato al paziente, sia a livello clinico che culturale, per prevenire l’insorgenza di patologie nei pazienti sani e di complicanze nei pazienti già affetti da malattie croniche e per migliorare la loro qualità di vita. L’impegno che accomuna tutti i professionisti sanitari si traduce nella creazione di una relazione con il paziente, inteso come protagonista consapevole delle proprie scelte di vita: un approccio olistico, rispettoso della sua unicità e delle sue aspirazioni.

In tale contesto ogni professionista della salute viene a svolgere un ruolo cruciale nella squadra interdisciplinare, avviando e sostenendo percorsi di educazione alla salute finalizzati allo sviluppo di quelle che l’OMS definisce Life Skills, cioè le abilità personali, funzionali alla promozione della salute. Gli interventi multidisciplinari si rivelano i più efficaci, in quanto sono in grado di dare motivazione e indurre un cambiamento nella percezione del proprio potere personale di incidere sulle scelte quotidiane, ma non basta agire sul singolo individuo, è infatti essenziale agire sugli ambienti di vita e di lavoro, sapendo che la teoria non basta, così come non basta la sola informazione. Per acquisire un nuovo stile di vita, bisogna “fare” in prima persona e per avviare il cambiamento è necessario trovare nella comunità di appartenenza percorsi facilitanti.. La base di riferimento per stili di vita sani parte da un buon livello di consapevolezza, di gestione appropriata delle proprie emozioni e dei propri meccanismi di ricompensa, dalla creazione di obiettivi accessibili e perseguibili a tappe, reimparando l’autoefficacia, che fa parte delle Life Skills promosse dall’OMS come base di partenza per scelte sane e rispettose del proprio progetto di vita.

Data l’importanza degli stili di vita individuali nell’influenzare le cause principali di mortalità e morbilità, diventa rilevante individuare e comprendere i molteplici determinanti dei comportamenti di salute, influenzati da elementi cognitivi (credenze, motivazioni, percezioni, aspettative eccetera), da caratteristiche di personalità, da pattern comportamentali, nonché da influenze sociali e della comunità. Nei diversi modelli psicologici che hanno affrontato lo studio dei comportamenti di salute, la variabile centrale è rappresentata dalla percezione del rischio e della propria vulnerabilità; pertanto comunicare il rischio, aumentando la percezione dello stesso da parte del paziente, rappresenta il primo passo verso un possibile cambiamento dello stile di vita.

Per una comunicazione efficace del rischio bisogna tener presente che l’apprendimento varia al variare della tecnica comunicativa e, quindi, dei diversi canali di percezione, per cui un utilizzo congiunto delle diverse modalità comunicative produce i risultati più efficaci. È altrettanto importante adattare la comunicazione alla motivazione del paziente e al suo grado di disponibilità al cambiamento, è questa strategia fondamentale nella pratica clinica.

 

Ma tra il dire e il fare…

I dati della sorveglianza Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) per il quadriennio 2015-2018 confermano e mettono in evidenza che nell’ambito degli stili di vita, i consigli degli operatori sanitari per modificare i fattori di rischio vengono riferiti da poco più della metà dei fumatori e da quattro persone su dieci in eccesso ponderale. Il consiglio di praticare attività fisica arriva a un po’ meno di un terzo della popolazione e quello di bere meno alcolici a 2 bevitori su 100. La diffusione dei consigli sugli stili di vita risulta di poco aumentata quando è calcolata tra le persone che presentano almeno una patologia cronica. Passi quindi documenta lo scarso coinvolgimento degli operatori sanitari nella promozione degli stili di vita corretti.

Si tratta in molti casi di una strada da percorrere in salita e frequentemente gli operatori percepiscono l’inutilità dei loro interventi perché le persone non cambiano le loro abitudini nonostante le sollecitazioni e i suggerimenti forniti. Cambiare è difficile perché richiede uno sforzo notevole e l’utilizzo di molteplici processi, spesso però le persone hanno una limitata quantità di risorse per l’autogestione oppure le risorse sono impegnate altrove; inoltre è difficile distinguere tra ciò che è da accettare e che cosa invece cambiare e molti interventi non riescono a incorporare aspetti motivazionali che sollecitino la scelta giusta e i processi del cambiamento.

Gli stessi operatori della salute possono essere più o meno motivati, pronti e capaci nell’accompagnare il cambiamento dei loro assistiti, possono aver bisogno essi stessi di essere “cambiati”, possono non essere in grado di affrontare un intervento breve, un minimal advice, un percorso di couselling motivazionale, semplicemente perché nessuno glielo ha mai insegnato. Allora ci dobbiamo chiedere quanti corsi universitari dell’area medica offrono un iter formativo dedicato all’acqisizione di tecniche e strategie dedicate all’educazione alla “salute”? Credo fermamente che nelle Università si debba ancora lavorare molto per fornire, ai futuri operatori sanitari, gli strumenti idonei ad affrontare questa nuova sfida, dando loro la possibilità di arrivare a proporre una efficace “prescrizione di stili di vita con posologia personalizzata”.

Tra il dire e il fare… c’è di mezzo il cominciare!