Il paziente che invecchia: fronteggiare il fatalismo dentale tra psicologia e relazione comunicativa

L’invecchiamento della popolazione è una realtà ormai consolidata, che sta modificando profondamente la struttura sociale ed economica dei Paesi occidentali. Questo fenomeno ha ricadute evidenti anche in ambito sanitario e, nello specifico, odontoiatrico. Il progressivo aumento della speranza di vita porta con sé la necessità di sviluppare nuove competenze cliniche, comunicative e psicologiche per affrontare le sfide poste dal cosiddetto paziente che invecchia.

In tale contesto emerge il concetto di fatalismo dentale, un atteggiamento psicologico e culturale che si traduce nella convinzione che, superata una certa età, la perdita dei denti e il deterioramento della salute orale siano eventi naturali e inevitabili. Questa visione fatalista, che può appartenere tanto al paziente quanto talvolta al professionista, ha conseguenze rilevanti: riduce l’adesione ai trattamenti preventivi, incrementa il rischio di patologie orali e mina la qualità della vita.

L’igienista dentale, che rappresenta una figura cardine nella relazione di cura, si trova a dover affrontare il fatalismo non solo sul piano clinico ma soprattutto comunicativo, diventando mediatore tra il vissuto psicologico del paziente e la possibilità di mantenere, anche in età avanzata, una buona salute orale.

Il culto della giovinezza sembra antitetica con l’idea di normalità nella perdita dentale, è interessante approfondire in che modo queste due posizioni si concilino.
Viviamo in una società che esalta la giovinezza come valore assoluto, relegando la vecchiaia a una condizione di progressivo decadimento. Umberto Galimberti descrive questo fenomeno come una delle “idee malate” della modernità, capace di insinuarsi nelle coscienze e generare atteggiamenti rassegnati (Galimberti U, 2009).

In odontoiatria, il mito della giovinezza si traduce in convinzioni profondamente radicate: che sia naturale perdere i denti dopo una certa età, che trattamenti estetici come lo sbiancamento non siano “più appropriati” in età avanzata, che l’implantologia non valga lo sforzo dopo i 70 anni. Questa percezione si riflette nelle scelte terapeutiche e nella stessa motivazione del paziente a prendersi cura di sé.

Secondo l’indagine Federanziani e ISTAT (2013), oltre il 70% degli anziani intervistati rinuncia alle cure per motivi economici, mentre quasi un terzo dichiara di evitare lo studio odontoiatrico per paura. Questi dati non raccontano solo di difficoltà materiali, ma anche di un atteggiamento fatalista: l’idea che i problemi dentali siano ineluttabili e che, in fondo, non valga la pena affrontarli.

Per l’igienista dentale, riconoscere queste rappresentazioni culturali è essenziale. Esse non sono meri “alibi”, ma strutture di pensiero che orientano comportamenti concreti. Smontare il fatalismo richiede quindi di lavorare sulla percezione, non solo sulla clinica.
Un aspetto cruciale da considerare è che la popolazione anziana non è più omogenea come in passato. I cosiddetti “nuovi anziani” non si percepiscono tali nemmeno in età avanzata: frequentano palestre, utilizzano strumenti digitali, viaggiano, rivendicano un ruolo attivo nelle famiglie e nella società.

La letteratura individua due profili prevalenti come descritti in tabella 1. ↓

Tab. 1

Entrambe le categorie presentano bisogni complessi. I primi potrebbero rinunciare alle cure per privilegiare le esigenze familiari, ma sono sensibili all’argomento della funzionalità (“se sto bene posso essere d’aiuto agli altri”). I secondi, invece, possono essere particolarmente ricettivi verso proposte estetiche o trattamenti che migliorino la qualità della vita.
Questa diversificazione sottolinea la necessità di un approccio personalizzato: non esistono “anziani” in senso generico, ma persone con identità, aspettative e risorse differenti.

Il paziente anziano porta con sé una serie di complessità cliniche che richiedono all’igienista dentale competenze specifiche. Le patologie croniche sono spesso multiple (co-morbilità), con conseguente assunzione di numerosi farmaci e rischio di interazioni farmacologiche. La fragilità, intesa come ridotta capacità omeostatica, espone a un maggiore rischio di complicanze post-operatorie e a una risposta meno efficace agli stressors, fisici e psicologici.

Le problematiche più comuni includono demenza, malattia di Parkinson, osteoporosi, cadute frequenti e malnutrizione, tutte condizioni che hanno impatto diretto o indiretto sulla salute orale. Le difficoltà motorie, ad esempio, compromettono l’igiene domiciliare; i disturbi cognitivi riducono l’aderenza alle prescrizioni terapeutiche.
Sul piano psicologico e sociale, invece, il fattore determinante è il momento in cui la persona inizia a percepirsi come “anziana”. Per alcuni, ciò avviene molto presto, in concomitanza con i primi segni di fragilità; per altri, anche a ottant’anni, permane una percezione di sé attiva e vitale. È in questa soggettività che si colloca il rischio di fatalismo: quando il paziente si percepisce incapace di contrastare il declino, smette di investire nella cura di sé.

Il fatalismo dentale non è riconosciuto come entità nosografica, ma descrive con efficacia un atteggiamento diffuso. Le sue caratteristiche sono riportate in tabella 2. ↓

Tab. 2

Le conseguenze sono rilevanti: aumento del rischio di carie e parodontite, aggravamento della compromissione funzionale (masticazione, fonazione, estetica), peggioramento della qualità della vita e incremento dei costi complessivi, dovuti alla necessità di trattamenti più invasivi in fasi avanzate.
Un aspetto meno esplorato ma fondamentale riguarda il fatalismo implicito dei professionisti: talvolta, infatti, è lo stesso clinico a evitare di proporre trattamenti per timore che “non siano appropriati” all’età del paziente. Questo atteggiamento contribuisce a rinforzare la rassegnazione, trasmettendo al paziente l’idea che la prevenzione o l’estetica non siano più per lui.
Contrastare il fatalismo richiede un approccio multidimensionale, che integri elementi clinici, comunicativi e psicologici. Alcune strategie risultano particolarmente efficaci (Gangale e Ghianda, 2020) sono descritte in tabella 3.

Tab. 3

Il concetto di qualità della vita, definito dal WHOQOL Group (1995) come la percezione soggettiva della propria posizione nella vita, in relazione a obiettivi, valori e aspettative, rappresenta oggi un criterio guida imprescindibile.
Nella pratica odontoiatrica ciò significa passare da un approccio centrato esclusivamente sul prolungamento della sopravvivenza dentale a un approccio orientato alla cura della persona nella sua globalità.
Non è quindi l’età anagrafica a dover limitare la proposta terapeutica, bensì la valutazione clinica e la possibilità di migliorare la qualità di vita del paziente. In questo senso, uno sbiancamento dentale a 75 anni può avere la stessa dignità di un trattamento parodontale, se contribuisce a restituire fiducia, sorriso e socialità, quando le condizioni cliniche lo consentono.
Il fatalismo dentale è una sfida culturale e professionale. Non riguarda solo il paziente anziano, ma il modo in cui come professionisti interpretiamo l’invecchiamento. L’igienista dentale ha un ruolo centrale nel decostruire questa visione, proponendo interventi mirati, comunicazioni motivanti e percorsi di cura personalizzati.
Superare il fatalismo significa restituire al paziente la responsabilità e il piacere di prendersi cura di sé, anche in età avanzata. Significa affermare che la salute orale non è un privilegio dei giovani, ma un diritto che accompagna ogni fase della vita.

In definitiva, la sfida per la professione non è solo curare denti più fragili, ma curare persone che invecchiano, riconoscendo la loro dignità e aiutandole a vivere questa fase con qualità, autonomia e sorriso.

Bibliografia

  1. Galimberti U. I miti del nostro tempo. Feltrinelli, 2009.
  2. ISTAT e Federanziani – https://www.istat.it/it/files/2015/07/salute_dei_denti_DEFINITIVA.pdf
  3. Gangale M, Ghianda L. Comunicazione emozionale in odontoiatria

 

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