INTRODUZIONE
Lo sbiancamento dentale è considerato il trattamento di scelta per migliorare la soddisfazione dei pazienti nei casi di discromia dentale, grazie al suo approccio non invasivo e al basso costo rispetto ad altre procedure di odontoiatria estetica (1). Le discromie vengono classificate come estrinseche o intrinseche (2).
Le discromie estrinseche derivano dall’accumulo di sostanze cromogene sulla superficie esterna del dente (3). Esse sono secondarie all’assunzione abituale di alimenti o bevande cromogene, come vino, caffè, tè, carote, arance, cioccolato, o all’uso di tabacco, alcuni collutori, o a scarse o scorrette abitudini di igiene orale. Queste discromie, nella maggior parte dei casi, possono essere eliminate meccanicamente tramite trattamenti di profilassi professionale (3,4).
Per quanto riguarda le discromie intrinseche, esse si verificano a seguito di alterazioni nella composizione strutturale o nello spessore dei tessuti dentali. Possono essere causate da fattori sistemici o locali.
Tra le cause sistemiche rientrano quelle legate ai farmaci (ad esempio le tetracicline) e le alterazioni nella struttura o nello spessore dei tessuti dentali (4).
Le cause locali comprendono invece necrosi pulpare, emorragia intrapulpare, residui di tessuto pulpare nella camera dopo trattamenti endodontici, materiali di otturazione canalare, alcuni materiali restaurativi coronali, microfratture dello smalto, carie e invecchiamento (5).
Queste discromie vengono trattate mediante tecniche di sbiancamento dentale (6,7). Nel 1868 furono introdotte per la prima volta le tecniche di sbiancamento dei denti vitali, che impiegavano acido ossalico, pirozone e successivamente perossido di idrogeno (HP) (8).
Le tecniche di sbiancamento dentale si distinguono in due grandi categorie:
Per quanto riguarda i denti vitali, le metodiche possono essere ulteriormente suddivise in:
Lo sbiancamento professionale in studio prevede l’impiego di agenti sbiancanti ad alta concentrazione (25–40% di HP).
La procedura viene eseguita dopo una profilassi dei tessuti duri e la protezione dei tessuti molli tramite barriere fisiche.
L’attivazione del principio attivo può avvenire chimicamente o mediante luce (10).
Lo sbiancamento domiciliare, invece, utilizza prodotti a concentrazione inferiore. In origine, la tecnica consisteva nell’applicazione di perossido di carbammide al 10% (CP) attraverso mascherine individualizzate, da indossare durante la notte per 6–8 ore (4).
La terza tipologia, nota come “over-the-counter”, consiste nell’uso di prodotti da banco contenenti basse concentrazioni di agenti sbiancanti. Questi prodotti, acquistabili e utilizzabili senza supervisione odontoiatrica, sono disponibili in varie forme: dentifrici sbiancanti, strisce adesive, collutori e mascherine preformate (11).
Obiettivo
La letteratura riporta una notevole eterogeneità di protocolli e metodiche di applicazione, e non esiste ancora un protocollo standard universalmente riconosciuto (12).
La stabilità del colore ottenuto dopo il trattamento dipende in larga misura dalle abitudini alimentari e di vita del paziente, poiché tali fattori contribuiscono al risorgere delle discromie estrinseche (4).
Lo scopo della presente revisione sistematica narrativa è quello di fornire una sintesi qualitativa degli studi disponibili sulla durata dell’effetto dello sbiancamento dentale domiciliare effettuato su denti vitali, analizzando in particolare la durata degli effetti ottenuti dopo l’esposizione al trattamento.
MATERIALI E METODI
Per identificare gli studi da includere nella revisione, sono state consultate le banche dati elettroniche MEDLINE via PubMed, Scopus, Web of Science, Latin American and Caribbean Health Sciences Literature database (LILACS), Brazilian Library in Dentistry (BBO) e Cochrane Library. Le liste delle referenze di tutti gli studi primari sono state esaminate manualmente per individuare ulteriori pubblicazioni rilevanti e, inoltre, è stata utilizzata la funzione “related articles” di PubMed. Non sono state applicate restrizioni relative alla data di pubblicazione o alla lingua.
La strategia di ricerca è stata strutturata in tre principali insiemi di termini:
Da ciascuno studio sono stati estratti i seguenti dati bibliometrici: autore e anno di pubblicazione. Per quanto riguarda le variabili metodologiche, sono stati raccolti: disegno dello studio, metodo diagnostico impiegato, numero di partecipanti, protocollo di sbiancamento adottato.
Per gli esiti, sono stati estratti: valori di variazione cromatica espressi come Δspett/Δvita; differenze cromatiche nei casi Δspett in cui fosse utilizzato uno spettrofotometro; e variazioni del colore espresse in unità Δvita; (shade guide units) nei casi in cui fosse impiegata una scala colore.
Sono stati selezionati 25 studi clinici riportati nella tabella 1. Sono stati inclusi 17 studi clinici randomizzati (1,12,14,16,24,25,26,27,28,35,37,38,39,40,41,43,4) e otto studi clinici non randomizzati (44,45,46,47,48,49,50,51). In totale, 1236 partecipanti sono stati sottoposti a sbiancamento domiciliare mediante diversi agenti sbiancanti: perossido di idrogeno (HP) alle concentrazioni del 3% (35), 5% (20), 5,3% (20), 6% (34, 43), 7,5% (40) e 10% (21); e perossido di carbammide (CP) alle concentrazioni del 10%. Un totale di 8 studi ha valutato la variazione cromatica dentale mediante una misurazione combinata che prevedeva l’impiego di spettrofotometro associato a scale colore visive (Vita Classical o equivalenti). Altri 8 studi hanno utilizzato esclusivamente scale colore visive come strumento di rilevazione. Due studi si sono avvalsi unicamente dello spettrofotometro per determinare le variazioni cromatiche; 3 studi hanno impiegato una metodica combinata con colorimetro e scale colore, mentre 4 studi hanno utilizzato solo il colorimetro per la quantificazione del colore dentale (tab. 1).

RISULTATI
Gli autori che hanno valutato la stabilità cromatica mediante metodiche strumentali dopo 2 mesi (48) e 3 mesi (39, 45,46,53 ), hanno riportato risultati omogenei tra i gruppi. Sono state osservate lievi ricomparse del colore, sebbene prive di significatività statistica (p < 0,04). Analogamente, gli studi con follow-up a 6 mesi (24, 27, 35, 36, 37, 38, 39, 49) hanno evidenziato esiti comparabili, senza differenze rilevanti tra i protocolli valutati. Nei lavori che hanno analizzato sia Δspett sia Δvita , non sono emerse differenze statisticamente significative (p = 0,3; p = 0,7) (30) e (p > 0,05) (19)). Gli studi che si sono basati esclusivamente sul Δspett hanno documentato un mantenimento del risultato nel tempo (36, 37), con variazioni indicative di una lieve regressione cromatica, comunque non significativa (p < 0,05). Tre studi hanno valutato la stabilità del colore solo tramite Δvita: due non hanno rilevato recidiva (38, 40), mentre un terzo ha riportato un peggioramento di 1 unità Δvita: e una recidiva pari al 12% (49).
Gli studi che hanno eseguito un follow-up a 1 anno dal trattamento non hanno evidenziato differenze significative tra il colore rilevato immediatamente Δvita dopo lo sbiancamento e quello registrato a distanza di 12 mesi. Un lavoro ha rilevato discrepanze tra le scale colore utilizzate, clinicamente significative dopo l’elaborazione dei valori (41). Due ulteriori studi (28, 43), con follow-up a 1 e 2 anni, hanno confermato una buona stabilità cromatica nel tempo sulla base dei parametri Δvita.
L’analisi e il confronto dei dati ottenuti dai diversi studi presentano alcune limitazioni, poiché gli autori hanno eseguito le misurazioni non solo in modi diversi, ma anche in momenti differenti e con apparecchiature diverse. Inoltre, quando le misurazioni venivano eseguite con lo stesso strumento (spettrofotometro o colorimetro), non venivano effettuate nello stesso modo. Nel caso delle misurazioni ottenute con tecniche soggettive, è opportuno sottolineare che non sono state utilizzate le stesse scale colore in tutti gli studi. Questo ostacola la confrontabilità tra gli studi.
I protocolli clinici e di follow-up erano molto diversi. I risultati ottenuti negli studi riguardo all’efficacia della modalità di applicazione dell’agente sbiancante erano simili. Pertanto, si può dedurre che la forma di applicazione del trattamento non influenza il risultato finale. La durata del trattamento variava tra 1 e 3 settimane. Nei casi di discromie intrinseche secondarie a farmaci (tetracicline), il trattamento era esteso fino a 6 mesi (46, 48). Anche i tempi di follow-up erano eterogenei, variando da 2 mesi a 7,5 anni.
Gli autori che hanno misurato la stabilità del colore con tecniche oggettive dopo 2 (48) e 3 mesi (39, 45, 46) e che hanno utilizzato HP tra il 6% (34, 43) e il 7,5% (45) e CP tra il 10% (45, 48), il 15% (39, 46) e il 20% (40) hanno riportato risultati omogenei tra i gruppi. Sono state descritte anche lievi recidive, ma non hanno raggiunto valori statisticamente significativi (p < 0.04). Tali risultati potrebbero essere attribuiti al breve periodo di follow-up
Gli studi con follow-up a 6 mesi, che utilizzavano CP dal 10% al 16% e HP dal 3% al 6% con misurazioni soggettive, oggettive o combinate, hanno riportato risultati simili. Rosenstiel et al. (37) e Matis et al. (36), entrambi con CP al 10% applicato di notte (per 5 giorni e 3 settimane), hanno rilevato tramite colorimetro e analisi una buona stabilità del colore. Le lievi regressioni osservate non erano statisticamente significative (p < 0.05).
Altri studi hanno valutato il follow-up a 1 anno. Martini et al. (41), utilizzando spettrofotometro e scale colore, non hanno rilevato differenze significative con la scala Vita classic tra il colore immediato e quello a 1 anno. La scala colori VITA ha invece mostrato variazioni statisticamente significative, che però, secondo l’analisi Δspett, non risultavano clinicamente rilevanti poiché inferiori alla soglia di percezione (p < 0.05).
Un’altra difficoltà nel confronto tra gli studi che usano tecniche soggettive deriva dalle differenze tra le scale colore, che introducono un certo grado di incertezza sull’affidabilità dei risultati. Mailart et al. e Martini et al. hanno effettuato follow-up a 1 anno con spettrofotometro e due diverse scale colore e hanno concluso che il colore rimane stabile, senza differenze statisticamente significative al Δspett. Inoltre, non sono state riscontrate discrepanze cromatiche tra le due scale. Meireles et al. hanno anch’essi utilizzato spettrofotometro e scale colore, e nei follow-up annuali e biennali non hanno trovato differenze significative nei valori Δspett, né cambiamenti cromatici statisticamente significativi (p > 0.2).
Pinto et al. e Auschill et al. hanno analizzato la stabilità del colore utilizzando rispettivamente le scale Vita 3D-Master e Vita Pan Classic. Pinto et al. hanno osservato stabilità del colore a 12 mesi in tutti i gruppi. Auschill et al., a 18 mesi, hanno riportato recidive in entrambi i gruppi rispetto ai valori post-trattamento, con risultati da 2.88 (p = 0.24) a 3.3 (p = 0.001).
La principale limitazione della presente revisione sistematica è la grande varietà dei protocolli clinici e di follow-up degli studi inclusi. Inoltre, l’ampia gamma di metodi di misurazione rende difficile confrontare i risultati. È quindi necessario stabilire un protocollo sperimentale unificato per facilitare l’interpretazione dei dati.
Sintesi dei risultati
Gli studi analizzati mostrano una buona stabilità cromatica dopo trattamento sbiancante domiciliare nel breve (2–3 mesi), medio (6 mesi) e lungo termine (1–2 anni). Le lievi recidive riportate non hanno raggiunto significatività statistica nella maggior parte dei casi, risultando clinicamente irrilevanti. Le metodiche strumentali (Δspett) hanno fornito i risultati più affidabili e coerenti, mentre le metodiche soggettive (Δvita) hanno mostrato maggiore variabilità, soprattutto a causa dell’utilizzo di scale colore diverse. La modalità di applicazione e la concentrazione dell’agente sbiancante non sembrano influenzare significativamente l’esito nel tempo. La principale limitazione della letteratura è la grande eterogeneità dei protocolli clinici e delle tecniche di misurazione, che ostacola il confronto diretto tra gli studi (tab. 2).

DISCUSSIONE
Lo sbiancamento dentale rappresenta una delle procedure più richieste in odontoiatria estetica grazie alla sua natura minimamente invasiva e al costo relativamente contenuto rispetto ad altri trattamenti restaurativi estetici. In particolare, lo sbiancamento domiciliare supervisionato dall’odontoiatra si è affermato come una metodica efficace e sicura, in grado di migliorare l’estetica del sorriso garantendo al contempo una buona compliance del paziente. Gli agenti sbiancanti, principalmente a base di perossido di carbammide o perossido di idrogeno, agiscono attraverso un processo di ossidazione delle molecole cromogene presenti nei tessuti dentali, determinando una riduzione delle discromie e un miglioramento del colore dentale.
La presente revisione sistematica narrativa ha analizzato la durata dell’effetto dello sbiancamento dentale domiciliare nel medio e lungo periodo nei denti vitali. Nel complesso, gli studi inclusi evidenziano una buona stabilità cromatica nel tempo dopo il trattamento sbiancante. Il miglioramento del colore ottenuto tende infatti a mantenersi nel tempo, con eventuali lievi fenomeni di regressione cromatica che nella maggior parte dei casi non risultano statisticamente né clinicamente significativi.
Gli studi con follow-up a breve termine (2–3 mesi) riportano risultati sostanzialmente omogenei tra i diversi protocolli di trattamento, evidenziando solo minime variazioni cromatiche. Analogamente, le ricerche con follow-up a sei mesi mostrano una sostanziale stabilità del colore dentale, indipendentemente dal protocollo utilizzato. Tali risultati risultano coerenti con quanto riportato da diversi studi clinici randomizzati che hanno valutato protocolli domiciliari con differenti concentrazioni di perossido di carbammide e di perossido di idrogeno.
Per quanto riguarda il medio-lungo periodo, numerosi studi hanno valutato la stabilità cromatica fino a dodici mesi o oltre. In particolare, Mailart et al. e Martini et al., utilizzando metodiche di valutazione sia oggettive sia soggettive, hanno evidenziato che il colore ottenuto dopo il trattamento rimane sostanzialmente stabile a distanza di un anno, senza differenze statisticamente significative rispetto ai valori registrati immediatamente dopo lo sbiancamento. Anche altri studi con follow-up più prolungati, come quelli condotti da Meireles et al., confermano la persistenza dell’effetto sbiancante nel tempo, pur in presenza di lievi variazioni cromatiche.
Un aspetto rilevante emerso dalla revisione riguarda le metodiche di valutazione del colore dentale. Le tecniche strumentali, quali spettrofotometri e colorimetri, risultano generalmente più affidabili e riproducibili rispetto alle valutazioni visive basate sull’utilizzo delle scale colore. Queste ultime, infatti, possono essere influenzate da diversi fattori, tra cui le condizioni di illuminazione, l’esperienza dell’operatore e il tipo di scala cromatica utilizzata. Tale variabilità metodologica rappresenta uno dei principali fattori che limitano il confronto diretto tra gli studi presenti in letteratura.
Un’ulteriore criticità riguarda l’eterogeneità dei protocolli clinici adottati negli studi analizzati, che includono differenti concentrazioni degli agenti sbiancanti, modalità di applicazione e tempi di trattamento variabili. Nonostante queste differenze metodologiche, i risultati complessivi mostrano un’efficacia generalmente comparabile tra i vari protocolli, suggerendo che tali variabili non rappresentano necessariamente i principali determinanti della stabilità cromatica nel tempo.
Dal punto di vista clinico, i risultati di questa revisione supportano l’utilizzo dello sbiancamento domiciliare supervisionato come trattamento efficace per il miglioramento dell’estetica dentale. Tuttavia, la stabilità del risultato nel tempo può essere influenzata anche da fattori individuali del paziente, quali abitudini alimentari, consumo di bevande o sostanze cromogene e livello di igiene orale. In questo contesto, il ruolo dell’odontoiatra e dell’igienista dentale risulta fondamentale nel fornire adeguate indicazioni preventive e nel programmare controlli periodici per monitorare la stabilità del colore nel tempo.
Nonostante i risultati complessivamente favorevoli, la letteratura presenta alcune limitazioni metodologiche, tra cui l’elevata eterogeneità dei protocolli clinici, dei tempi di follow-up e delle metodiche di misurazione del colore. Pertanto, ulteriori studi clinici con metodologie più standardizzate e con l’utilizzo sistematico di strumenti di valutazione oggettivi potrebbero contribuire a migliorare la qualità delle evidenze scientifiche disponibili e a definire con maggiore precisione la durata dell’effetto dello sbiancamento dentale domiciliare.
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